Qualcuno ci aveva sperato. Ma alla fine da Strasburgo è arrivata la ‘doccia gelata’: il Parlamento europeo ha dato il via libero definitivo alla proroga fino a giugno 2025 della sospensione dei dazi sulle importazioni agroalimentari dall’Ucraina. Una mossa che, di fatto, segue quella fatta due anni fa per sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina contro l’invasione della Russia. Ma che, per la Coldiretti, “rappresenta un’occasione persa per il grano italiano”.

La Coldiretti, nel ribadire quanto resti prioritario sostenere l’Ucraina, ha comunque sottolineato che la “mancata estensione al grano della clausola di salvaguardia come ‘freno di emergenza’, rischia di creare gravi distorsioni all’interno del mercato europeo dei cereali”. Un mercato che negli ultimi due anni, tra l’altro, è già stato destabilizzato a più riprese dal surplus di import di prodotto russo e turco che ha fatto crollare i prezzi pagati agli agricoltori. E che, tra l’altro, era una delle cause del malcontento degli agricoltori, poi sfociato a inizio 2024 nelle proteste dei trattori.

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Come sottolineato dalla sigla agricola, la misura di salvaguardia non comprende il grano tra i prodotti oggetto del meccanismo di salvaguardia automatico che consente la reintroduzione di contingenti tariffari quando l’import di alcune produzioni supera un certo limite. Né l’inserimento della semola cambia la situazione, visto che circa il 70% del grano tenero che entra in Europa proviene dall’Ucraina, ben 4,3 milioni di tonnellate per la campagna in corso, mentre l’import di semola di grano tenero è pari ad appena 45.000 tonnellate.

Grazie anche alle agevolazioni, secondo l’analisi Coldiretti su dati Istat, gli arrivi in Italia di grano tenero ucraino per il pane sono quadruplicati (+283%) nel 2023 rispetto al 2021 prima dell’inizio della guerra, arrivando a quota 470 milioni di chili. Per sostenere la martoriata Ucraina senza danneggiare i produttori italiani ed europei, la Coldiretti ha proposto l’utilizzo dei magazzini europei per stoccare i cereali ucraini, evitando che entrino nel mercato comune e destinandoli, invece, ai Paesi che non hanno cibo a sufficienza per sfamare la popolazione, come i Paesi africani, che altrimenti vengono lasciati nelle mani della Cina, della Turchia e della Russia.

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