Oltre 64 mld €, con una crescita del 6% rispetto all’anno precedente e il principale mercato che resta l’Unione Europea, con circa i 2/3 dei prodotti esportati: sono dati incoraggianti quelli inerenti l’export agricolo italiano. Corroborati da quelli che arrivano dall’intera filiera agroalimentare che, tra grande distribuzione, ristorazione ecc genera un fatturato di 523 miliardi di euro, coinvolge 1 milione e 200mila imprese e dà lavoro a 3 milioni e 600mila occupati.

I dati, rilasciati dal Censis, sono stati ripresi da Marta Bonati, Country Manager della divisione italiana di Ebury, società specializzata in soluzioni, tra le più grandi al mondo, con sedi in 32 paesi. Un’analisi che offre una panoramica esaustiva sullo stato del settore in Italia, alla luce comunque di un biennio complesso in cui, alle crisi geopolitiche, si sono affiancate anche le emergenze climatiche. Fenomeni che hanno sicuramente impattato sul comparto ma che, in definitiva, non ne hanno intaccato la resilienza.

Export agricolo, l’analisi di Ebury

Germania e Francia restano i principali partner commerciali, seguiti dagli Stati Uniti: le tre nazioni, insieme, rappresentano più del 37% dei flussi complessivi dell’export agricolo italiano. Calano, invece, le spedizioni verso Giappone, Canada e Repubblica Ceca. Tuttavia, mentre i derivati dei cereali e l’ortofrutta fresca hanno registrato una crescita delle esportazioni, si è verificato un calo nei cereali, nel latte e i suoi derivati, negli oli di semi, nelle carni fresche e nel vino (dati Ismea).

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I derivati dei cereali hanno visto un incremento del 7%, raggiungendo oltre 9 miliardi di euro e rappresentando il 14,5% delle esportazioni totali. Il vino, invece, ha subito una lieve flessione, con una diminuzione dello 0,8% del valore annuo, attestandosi a 7,8 miliardi di euro. Anche le vendite di vino in bottiglia sono calate sia in valore che in quantità, mentre gli spumanti e i vini sfusi hanno mostrato una crescita del valore.

L’ortofrutta fresca ha registrato un incremento del 9%, totalizzando 5,9 miliardi di euro, grazie principalmente alla vendita di lattughe, pomodori, cavolfiori, arance, mele, uva da tavola e kiwi. Il segmento dei pomodori trasformati, che rappresenta circa il 14,8% della produzione globale, ha generato quasi 5,4 miliardi di dollari nel 2022 , confermando l’Italia come uno dei leader mondiali del settore.

Alla base dei risultati dell’export agricolo, secondo l’analisi Ebury, il connubio vincente tra l’alta qualità dei prodotti, la valorizzazione delle tradizioni e l’adozione di innovazioni tecnologiche, con il marchio “Made in Italy” che funge da sigillo di qualità che evidenzia l’origine e l’autenticità dei prodotti italiani all’estero.

Nel 2024, invece, il calo dell’aumento del PIL (stimato al solo+0,3%), potrebbe avere ripercussioni significative sull’agricoltura, un settore che dipende in larga misura sia dai consumi interni sia dagli investimenti. Tuttavia, le proiezioni indicano che l’export agricolo italiano continuerà a crescere, seppur affrontando nuove sfide come la necessità di adeguarsi a politiche ambientali più stringenti e la crescente richiesta di pratiche di produzione sostenibile. Di conseguenza, chiosa Ebury, è essenziale che il settore agricolo italiano continui a investire in resilienza e adattabilità per mantenere la sua competitività sui mercati internazionali, pur mantenendo la sua costante qualità e autenticità.

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