BCS, il gruppo Fulchir si sfila: sfuma l’acquisizione e il rilancio
A pesare alcune criticità riscontrate nella supply chain e nella continuità aziendale. A rischio più di 430 posti di lavoro. Si attiva il Ministero
Sembrava cosa fatta fino a pochi giorni fa e invece ad Abbiategrasso è arrivata la doccia gelata: il gruppo Fulchir si è sfilato dall’operazione di acquisizione di BCS, costruttore di trattori e macchine agricole entrato in crisi lo scorso maggio, quando erano state avviate le procedure di concordato preventivo.
Proprio la scorsa settimana, le due aziende avevano annunciato la costituzione di una newco per il rilancio dei brand agromeccanici (del gruppo fanno parte anche Ferrari e Pasquali) e per garantire l’occupazione agli oltre 430 lavoratori impiegati tra le sedi di Abbiategrasso, Cusago e Luzzara.
E invece si è tornati esattamente punto e a capo. Con il destino lavorativo di centinaia di dipendenti appeso a un filo. Secondo quanto si apprende, lo stop delle operazioni che avrebbero portato il gruppo Fulchir a rilevare una quota di maggioranza di BCS, sarebbe da ascrivere ad alcuni rischi emersi che non garantirebbero la continuità aziendale.
In base a quanto si apprende in una nota del gruppo Fulchir, le problematiche riscontrate riguarderebbero soprattutto la difficoltà nel reperimento dei componenti e l’operatività dei processi produttivi, in conseguenza dell’interruzione di alcune relazioni commerciali all’interno della supply chain. Con il rischio di dover dipendere da alcuni fornitori strategici per garantire la continuità aziendale. A causa dei tempi e dei costi più alti preventivati, ne sarebbe conseguita una valutazione dei rischi troppo imprevedibile, almeno nella fase iniziale di rilancio della newco.
Da qui la scelta che ha gettato nello sconforto gli oltre 430 dipendenti e un intero territorio industriale, quello della Lomellina, che in larga parte dipende dall’indotto generato da BCS. La messa in liquidazione dell’intera società, purtroppo, appare sempre più plausibile. La questione è ovviamente sul tavolo del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che potrebbe mettere in campo strategie mirate per evitare il peggio.
