Fertilizzanti, sospesi i dazi in UE. Ma per UNCAI servono altri interventi
A fronte dei passi in avanti fatti, secondo la sigla non sono stati affrontati due nodi cruciali: i tempi per costruire nuovi impianti e il rischio di resistenza delle comunità locali.
Il nuovo piano d’azione sui fertilizzanti adottato dalla Commissione europea dà una boccata d’ossigeno importante alle imprese agricole del Vecchio Continente, in un momento complesso in cui imperversano aumenti su tutti i fronti a causa delle crisi in Medio Oriente. Di fatto, il piano d’azione approvato lo scorso 20 maggio, oltre alla sospensione dei dazi sui fertilizzanti (ammoniaca e urea), contiene importanti misure operative, a partire dalla maggiorazione CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism, ovvero il meccanismo di compensazione per le emissioni di CO2) per i fertilizzanti, che è già fissata all’1%.
Si tratta di un trattamento di favore concreto, già in vigore e che è notevolmente più basso, per esempio, a quello applicato a acciaio, cemento e alluminio nei prossimi tre anni (tra 10 e 30%). All’interno della manovra UE è stato ribadito anche l’impegno sulla messa a punto di meccanismi per la valutazione dell’impatto sui prezzi agricoli e sull’estensione del regime RENURE ai digestati liquidi per la prossima stagione di semina. Tuttavia, secondo la sigla dei contoterzisti UNCAI il piano tace su due nodi critici che ne condizionano l’efficacia nel medio termine.
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UNCAI, i nodi sui fertilizzanti
Il primo riguarda i tempi reali. Secondo UNCAI ostruire nuovi impianti di produzione di fertilizzanti, anche del tipo più sostenibile, richiede percorsi autorizzativi lunghi che il piano stesso riconosce come “barriere strutturali” senza però quantificarle. Un impianto di ammoniaca verde è soggetto a classificazione Seveso III, Valutazione di Impatto Ambientale, Autorizzazione Integrata Ambientale e iter edilizi locali. In sostanza, dalla decisione di costruzione all’inizio della produzione di fertilizzanti potrebbero passare dagli otto ai quindici anni. «La crisi del 2026 si gestisce con gli strumenti del 2026, e quelli sono insufficienti rispetto all’entità del problema», ha commentato Aproniano Tassinari, Presidente di UNCAI.
Il secondo nodo riguarda l’accettazione sociale. Il piano non contiene alcun riferimento alla resistenza delle comunità locali che incontrerà ogni nuovo impianto, anche se bio o circolare. Secondo la sigla sul territorio ci sono molteplici esempi in cui le nuove realtà che producono fertilizzanti, anche a partire dal digestato, dimostrano che l’accettazione si costruisce soltanto quando l’impianto è percepito come parte dell’ecosistema produttivo che serve. Proprio per questo UNCAI ha chiesto all’UE che il nuovo pacchetto legislativo annunciato preveda criteri preferenziali e procedure semplificate per i modelli di produzione integrata agro-industriale radicati nella filiera locale.
Inoltre, il piano si impegna a valutare come i costi CBAM ed ETS si trasmettano ai prezzi dei fertilizzanti pagati dagli agricoltori. Ma non solo: secondo la sigla andrebbe anche istituito un fondo europeo di compensazione diretto per gli acquirenti finali di fertilizzanti azotati, alimentato da una quota delle entrate CBAM generate da questa categoria di prodotti, con l’obiettivo di coprire sia il costo aggiuntivo del meccanismo sia il differenziale di prezzo tra fertilizzanti circolari certificati e quelli di sintesi. «Non nuovi fondi a carico del bilancio comunitario: una restituzione di quanto il meccanismo preleva da chi non ha causato il problema e non ha potere di trasferire il costo a valle», precisa Tassinari.
